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No al bavaglio!
Contro il ddl Alfano che mette il bavaglio all'informazione e lega le mani ai magistrati. La libertà d'informazione è solo la prima libertà da scardinare per annullare tutte le altre. E' un diritto di tutti e tutti devono combattere per mantenerla tale. A Torino il 1° luglio per protestare contro il Governo.

CHI SONO
Faccio il giornalista perché mi piace, è questo il guaio: quando una cosa ti piace la fai anche gratis. Questo è un blog strano che non ha un taglio definito, vuole solo fornire un punto di vista e - per quanto possibile - far sorridere. Sicuramente se Hermann Hesse fosse in vita non leggerebbe queste righe, però non importa, perché noi leggiamo con avidità quello che ci ha lasciato. E ci piace un sacco.


Paolo Morelli
16 gennaio 2011
Trasferimento
Per motivi pratici, questo blog si trasferisce su Carta scampata.




permalink | inviato da hhesse il 16/1/2011 alle 19:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
6 gennaio 2011
Clementina Forleo è ancora viva
Clementina Forleo è un nome che dice qualcosa ma che maggior parte dell'opinione pubblica, seppure un tempo l'avesse piuttosto in simpatia, ha quasi dimenticato. E' il gip dell'inchiesta Bnl-Unipol-Antonveneta, dove di mezzo c'erano D'Alema, Fassino, Latorre, Cicu e Comincioli, che chiese l'autorizzazione al Parlamento per l'utilizzo di intercettazioni telefoniche riguardanti questi cinque. Fu quando le camere negarono il consenso che iniziò l'inferno per la Forleo (che già in passato aveva subito provvedimenti disciplinari, per altri motivi) e tornò in auge il "problema" intercettazioni. Nello stesso periodo, parliamo del 2008, subiva gli stessi attacchi per quasi gli stessi motivi Luigi De Magistris. Il Ministro della Giustizia era Clemente Mastella, che di lì a poco si dimetterà portando alla caduta del Governo Prodi II. E i provvedimenti disciplinari iniziarono, pesantemente, quando Forleo e De Magistris andarono in televisione (da Michele Santoro) a raccontare cosa stessero vivendo e come fosse loro impedito di andare a fondo di determinate inchieste che toccavano politici di spicco.

Clementina Forleo fu trasferita a Cremona, dove lavora tuttora, e di lei quasi non si sentì più parlare. Così come dei citati politici nell'inchiesta detta dei "furbetti del quartierino" e per quanto riguardò la scalata ad Antonveneta con metodi "ai limiti della legalità", giusto per utilizzare un eufemismo. L'accusa al magistrato era di non aver rispettato le procedure e di aver praticamente scavalcato il pm nella richiesta di autorizzazione alle camere. In seguito verrà assolta da ogni accusa, ma lasciata a Cremona. Clementina Forleo perse i genitori in un incidente stradale nel 2005, e sulle circostanze della tragedia sollevò alcuni dubbi poiché la dinamica era poco chiara (si parlò, all'epoca, di manomissione dei freni dell'auto su cui viaggiavano i genitori). Oltretutto, una serie di minacce a sé e alla sua famiglia aveva alimentato i dubbi del magistrato sull'accaduto.

Clementina Forleo oggi ha subito un nuovo attentato, e non lo definisce lei così, ma la Polizia di Francavilla Fontana (Br), dove possiede una masseria affittata a un imprenditore di Manduria da 2 anni. La masseria è stata incendiata poche notti fa, un incendio doloso, così come la sede dell'azienda posseduta dal suddetto imprenditore a Manduria. Nel 2009 il giudice era scampato miracolosamente a una brutta fine in un incidente automobilistico, quando un auto, subito scomparsa, spinse la sua vettura contro il guardrail di una strada statale nel cremonese. Una lunga serie di minacce e attentati rivolti a un magistrato che non fa altro che svolgere il proprio lavoro, e che non ha mai avuto una scorta, quando sappiamo benissimo che le scorte, in Italia, si danno eccome. Lungi dall'esprimere un giudizio sull'operato della Forleo - non ne abbiamo competenza - è doveroso, a questo punto - ma anche prima, esaminare il caso e dare dovuta attenzione, e dovuta protezione, al giudice, prima che sia troppo tardi. Ammesso che ci sia interesse. L'ultimo, a memoria personale, che aveva bisogno di una scorta ma non l'ebbe (gli fu tolta dal Ministro dell'Interno Claudo Scajola) era Marco Biagi, giuslavorista consulente dell'allora Ministro del Lavoro Roberto Maroni, ucciso dalle Brigate Rosse nel 2002.

Clementina Forleo è ancora viva, per ora.
POLITICA
14 dicembre 2010
Una risata ci seppellirà
Dire che "si sapeva" potrebbe essere un'ottima strategia per non dare a vedere il dispiacere, o la sorpresa, per l'esito del voto di fiducia in Parlamento. Berlusconi è ancora una volta salvo, è il politico per eccellenza che torna in vita quando tutti lo danno per morto. E a salvarlo, ancora una volta, è stata la teorica opposizione. Quei Cesario e Scilipoti (Idv), quel Calearo (Pd), quei Moffa, Siliquini e Polidori (Fli) che teoricamente stavano all'opposizione, e che ora in pratica stanno nella maggioranza. Un caso che Catia Polidori faccia parte della famiglia fondatrice e proprietaria del Cepu? Sì, proprio lo stesso Cepu che grazie al ddl Gelmini verrebbe equiparato alle università private, con tutta la serie di implicazioni del caso (vedi concessioni, vedi sovvenzioni, eccetera). Probabilmente è solo un caso.

In ogni caso si tratta di nomi che, a parte Calearo, forse, non ci dicono proprio niente. Deputati semisconosciuti e quindi, se possiamo ardire, più facili da comprare. E se la Procura di Roma sta indagando sulla compravendita dei voti parlamentari, un motivo ci sarà. Non è certo un covo di comunisti antiberlusconiani, altrimenti la denuncia di Antonio Di Pietro non avrebbe subito dato a luogo a un'indagine.

Ma Berlusconi è salvo ancora una volta, e probabilmente Fini sarà costretto a dimettersi (anche se avrebbe dovuto farlo ben prima), con buona pace del Pd che aveva già organizzato la festa per celebrare la caduta del Governo. Forse, prima di organizzare una festa, bisognerebbe darci dentro con la spallata, vero Calearo? Lui e i suoi capi, anzi, ex capi.

Il problema viene ora: come sarà possibile governare con tre voti di scarto alla Camera dei Deputati? A suo tempo, Prodi aveva dimostrato come con due voti di vantaggio si potesse durare due anni, senza concludere quasi nulla. Berlusconi ne ha persino uno in più, questo significa che ne durerà tre? Giusto giusto fino a fine legislatura, problema risolto. Ma ha un ben dire chi parla di sconfitta politica, perché, di fatto, questa è una vittoria bella e buona. L'aggettivo "politico" si accompagna sempre a un sostantivo che, in coppia con esso, perde ogni significato. Berlusconi è ancora lì, questi sono i fatti. E chi lo dava per morto ha sbagliato ancora una volta. Montanelli diceva che Berlusconi è l'antidoto a se stesso, è vero ma, come aggiungeva Travaglio tempo fa, l'opposizione è un controantidoto. Anche questo, infatti, è vero.
POLITICA
7 novembre 2010
Ora però Fini dovrebbe dimettersi
Dopo la convention di Futuro e Libertà per l'Italia, Fini è oramai sceso apertamente in campo contro Silvio Berlusconi e il PdL. Non ci sono più molti dubbi. A questo punto si apre una profonda incoerenza: due gruppi parlamentari di fatto opposti nei principi e nelle decisioni (almeno, nella maggioranza di essi) ma che siedono fianco a fianco nella maggioranza. Se il paese diventa sempre più ingovernabile, una delle cause sarà, alla lunga, anche questa.

Un altro problema è la posizione di Gianfranco Fini. Il Presidente della Camera dei Deputati è una figura istituzionale che deve svolgere il proprio ruolo di arbitro e moderatore senza forti connotazioni politiche, come invece sta accadendo. Si dice un'ovvietà sostenendo che Futuro e Libertà abbia già cominciato la propria campagna elettorale. Fini non deve commettere la stessa scorrettezza che, a suo tempo, commise Berlusconi: ricoprire un importante incarico istituzionale e utilizzarlo per far campagna elettorale (poco prima delle elezioni regionali). Se Fini volesse fare il capo-partito, allora dovrebbe dimettersi, poiché la sua posizione istituzionale è incongruente con questo suo nuovo ruolo. Anche perché risulta piuttosto curioso che faccia campagna elettorale, di fatto, in contrapposizione a Berlusconi, quando allo stesso tempo ricopre un ruolo politico ottenuto grazie alle elezioni vinte proprio in alleanza con Berlusconi.

Naturalmente, Fini fa bene a chiedere le dimissioni del premier, poiché se si vogliono stabilire nuovi equilibri politici come il suo partito si propone di fare, allora è indispensabile che Berlusconi si dimetta e si torni a votare (o, con molte perplessità, si crei un "governo tecnico"). Ma, in questo caso, il leader di Futuro e Libertà non deve - anche qui - commettere lo stesso errore di chi sta attaccando, poiché a chiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio non dovrebbe essere il Presidente della Camera. Berlusconi, sbagliando, fece lo stesso a parti invertite. La vera discontinuità, se è questa l'intenzione di Fini e dei suoi (e da quanto abbiamo visto finora, sembra proprio di sì) è la rinuncia a incarichi istituzionali delegittimati dalla crisi della maggioranza e l'inizio di una battaglia politica dall'esterno, da capo-partito, da leader dell'elettorato. Un grosso, grossissimo rischio, perché, in caso di risultati negativi alle eventuali elezioni, Fini potrebbe dire addio a quella poltrona. E con lui tutti gli altri membri del Governo che con Fini, stando alla convention di Perugia, si dimetterebbero. L'attaccamento alla poltrona non fa parte del programma di FLI, e le dimissioni aprirebbero sul serio una crisi nella maggioranza. O Berlusconi o Fini. Oppure tutti e due.

Foto: lastampa.it
19 ottobre 2010
La resa dei conti?
Questa sera dopo le 19 sapremo se le liste "Pensionati per Cota" e "Al Centro con Scanderebech" siano valide oppure no, quanto alle elezioni regionali di marzo. Il Consiglio di Stato si è da poco riunito dopo aver ascoltato i legali delle parti in causa. Si è giunti sino al Consiglio di Stato perché in Italia, vuoi non vuoi, si arriva sempre a colpi di ricorsi all'ultimo grado di giudizio. E' un modus operandi che intasa la Giustizia e fa perdere un sacco di tempo, tant'è che ci troviamo al 19 ottobre e non sappiamo ancora se in Piemonte continuerà a governare Cota oppure tornerà la Bresso oppure ancora si tornerà a votare. Ma intanto il riconteggio è più o meno a metà, e sono già stati idealmente stralciati quasi 12 mila voti a favore di Cota. Considerando che l'attuale presidente ha vinto per circa 9 mila preferenze, la sua poltrona inizia a traballare non poco.

Umberto Bossi ha già dichiarato, con una provocazione, che se Cota saltasse, farebbe cadere il Governo. Si tratta chiaramente di una battuta colorita, anche se delle battute colorite del senatùr iniziamo ad averne abbastanza, per punzecchiare la maggioranza sul tema giustizia. E' giusto che dei giudici decidano della validità del voto popolare? Sì e no. , perché se le elezioni si sono svolte in maniera irregolare, allora è sacrosanto che esse - dopo accurati esami - vengano invalidate e si ripetano (sarebbe più logico che si ripetano, piuttosto che assegnare la vittoria a tavolino al "secondo classificato", ma data la mancanza di pecunia, è preferibile la vittoria a tavolino che farebbe risparmiare 25-30 milioni di euro). No, perché al momento della presentazione delle liste, esiste un organo preposto al controllo della validità delle liste che si chiama Tribunale. E vien da chiedersi come abbia potuto il Tribunale di Torino accettare, ad esempio, la lista di Scanderebech che non aveva le firme. I controlli andavano fatti allora, non adesso che il governo regionale s'è già insediato e tutta questa bagarre sta costando tempo e soldi alla collettività. E in un periodo di magra dove rischiano di sparire enti come l'Edisu Piemonte, anche pochi spiccioli sono un tesoro. Un'alternativa, che sta tra il "Sì" e il "No", e che non è il "Forse", potrebbe essere quella di intervenire come si sta facendo ora, aggiungendo però una verifica su chi, all'epoca della registrazione delle liste, non ha fatto il proprio dovere controllando firme e cavilli vari, avallando- volontariamente o meno - i giochetti dei soliti volponi della politica.

Ma è comunque legittimo l'intervento dei giudici che, si badi bene, sono stati interpellati, non si sono intromessi di propria iniziativa. E anche si fossero "intromessi", avrebbero comunque potuto farlo, è nel loro ruolo. Il clima di pressione che abitualmente si crea intorno alla Magistratura che deve prendere decisioni sulla politica è sempre più disgustoso. Gli elettori diventano tifosi pronti a sostenere ciecamente la propria "squadra", qualsiasi sia, dimenticandosi dei fatti ma ascoltando solo il giocatore-bandiera che incita la folla all'odio e al disprezzo dell'avversario. E se ci danno un rigore contro è perché l'arbitro è venduto, ma nessuno si sogna di guardare la moviola. Se il Consiglio di Stato facesse cadere Cota, e Bossi - di conseguenza - facesse cadere il Governo (e in passato il leader leghista ha già avuto colpi di testa del genere), l'Italia andrebbe al voto in marzo-aprile e giungerebbe ai festeggiamenti per i 150 anni dell'Unità senza un Governo, con la Lega Nord in brodo di giuggiole. Sarebbe strepitoso da raccontare, tragico da vivere. Qual è il giudice che vuole prendersi una responsabilità così?
POLITICA
11 ottobre 2010
I parlamentari non si abbassano la pensione, strano
Succede che navigando a caso nella rete si scoprano cose piuttosto interessanti "misteriosamente" passate in sordina, scansate dai giornali come la peste e nascoste in un cantuccio su qualche sito web. Ai noi però i cantucci piacciono molto, e così abbiamo scoperto questo blog. Aprendo la pagina si può trovare una notizia interessante: meno di un mesetto fa, il deputato Antonio Borghesi (IdV), ha proposto una mozione per ridurre la pensione dei parlamentari. Riportiamo un piccolo ma significativo stralcio del suo discorso: "[...] Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il parlamentare per un giorno - ce ne sono tre - e percepiscono più di 3000 euro di vitalizio [...]". Come dargli torto? Semplice, con una normale votazione. Su 525 votanti, hanno detto no alla sua mozione in 498. Una cosiddetta maggioranza bulgare per un provvedimento così "impopolare" (tra i politici naturalmente), da raccogliere solo 22 sì.

Questa notizia si commenta da sola, e al massimo potrà provocare le classiche "spallucce" nel lettore che penserebbe "e figurati...". Quel che invece è un po' più inaspettatto è il silenzio generale (tranne pochissimi flash rimediati comunque su internet e alla radio) che ha accompagnato questa notizia, che risale al 21 settembre. E in questo si sottolinea come cercare le informazioni per conto proprio, utilizzando canali meno convenzionali, non può che aprire la mente su un mondo di avvenimenti nascosti perché scomodi. Nessun giornale di quelli conosciuti avrebbe mai aperto in prima pagina con una notizia del genere, seppure sarebbe stato opportuno, perché poi un drappello di persone belligeranti avrebbe cercato d'invadere il Parlamento (a ben donde, peraltro). Ma questo è piuttosto improbabile. Notizie di questo genere sono ben nascoste, opportunamente, in modo che nessuno le veda. E si diffondono solo un mese dopo, quando oramai è troppo tardi per protestare e chiedere che qualcuno ne renda conto. O forse no?
SOCIETA'
8 ottobre 2010
ManiFESTAre
La buona notizia è che c'è in giro ancora un po' di sensibilità per quanto riguarda la situazione dell'istruzione in Italia. La cattiva notizia è che una manifestazione è ancora una scusa troppo allettante per saltare le lezioni, ma naturalmente parliamo degli studenti delle scuole medie e superiori. Diciamo quelli che vanno a una manifestazione senza sapere per quale motivo lo stiano facendo. Passeggiare tra i manifestanti che oggi hanno inondato le vie di Torino (noi ci trovavamo lì, ma la protesta ha toccato oltre 80 città), era da un lato confortante per il numero di persone (quasi diecimila, a occhio), e da un lato deludente per l'atteggiamento di parte degli studenti medi che hanno preso la manifestazione come una gita. Eppure erano in piazza per il loro futuro, perché la riduzione del corpo docente con l'epurazione di massa dei precari (si segnala un trentenne con famiglia precario da dieci anni ora finito a fare una supplenza come insegnante di sostegno per un mese, e poi chissà) non può che peggiorare la qualità dell'istruzione. Alla scuola materna, tanto per fare un esempio, si passerà da una media di 25 a una media di 27 bambini per classe, che così diventa sempre più ingestibile.

Intanto i ricercatori si sono stufati di essere pagati tra i 1300 e i 1800 euro al mese per occuparsi, oltreché di ricerca, anche di didattica, quando un professore ordinario percepisce una media di 3500 euro mensili. E questo perché la didattica, per i ricercatori, è un surplus di emergenza per sopperire alla momentanea mancanza di uno o più docenti. Se la carenza però si propaga e diventa la norma, il ricercatore si trova a fare un lavoro in più che spesso non viene pagato nemmeno come straordinario. Aggiungi il blocco degli scatti di anzianità (chi entra con 1300 euro mensili, resta a vita con 1300 euro mensili, con conseguenti perdite su pensione e TFR) e del turnover (gran parte dei precari rischia di restare a casa), e la pazienza finisce. I ricercatori applicano le regole con un cosiddetto sciopero bianco: "A noi non spetta tenere corsi, non lo facciamo". E mezza università si blocca perché mancano i docenti. A quel punto, e questo sembra davvero un buon segno, il Miur valuta l'inserimento di circa seimila nuovi docenti. Ora se ne può discutere.

E intanto i quindicenni in piazza col Tavernello in una mano e una canna nell'altra, magari pieni di piercing o coi capelli ingellati, che provano piacere nel colpire un cartello stradale ripetutamente e senza motivo, vanno a far numero e aiutano, involontariamente, chi nella manifestazione crede davvero. Se non altro, non creano problemi. Qualche inutile lancio di uova e fumogeni finisce a malapena negli occhielli dei giornali. Le manifestazioni davvero calde sono altre, e forse non ne vedremo più. Di certo, se venissero assunti seimila nuovi docenti, non ci sarebbe da dire grazie agli adolescenti in piazza stamattina che erano lì solo per saltare lezione, ma a chi lotta tutto il giorno e tutti i giorni, non solo il venerdì mattina. Gli stessi che a luglio di due anni fa occupavano il Rettorato per ottenere la ridefinizione delle tasse contributive. A luglio, quando chi non ha esami e non lavoro va in vacanza. La vera protesta, forse, non è più la piazza. Almeno, non come stamattina a Torino, dove uno scialbo corteo colorato solo da un gruppo di clown in testa, e senza nemmeno un fischietto, ha riempito le grigie vie della città con un delicato aroma di marijuana. La vera protesta, forse, è quella dei ricercatori che bloccano l'università, anziché il centro cittadino per un paio d'ore.

Foto: lastampa.it
POLITICA
5 ottobre 2010
Romani fai in fretta!

La nomina di Paolo Romani a Ministro del Sviluppo Economico è assolutamente giusta. Naturalmente se si guardano gli interessi di chi governa. E' uno degli uomini che meglio conoscono l'ambiente televisivo che ruotava attorno a Mediaset e che ora ne fa parte. Lasciare un Ministero scoperto per 154 giorni ha dell'incredibile, soprattutto se si tratta di un dicastero così importante, in un paese colpito dalla crisi peraltro. Ma quei 154 giorni di interim hanno permesso alle industrie di fare un po' quel che hanno voluto, vedi, ad esempio, la Fiat che continua a dettare condizioni a Governo e sindacati, in assoluta libertà.

Romani, uomo fidatissimo di Berlusconi, autore di quel decreto poi "alleggerito" che voleva imbavagliare i blog e mettere il guinzaglio a YouTube, lo stesso che da assessore all'Urbanistica di Monza favorì la famiglia Berlusconi per gli appalti edili dell'Expo 2015, è perfetto per ricoprire un ruolo strategico e far tutto in poco tempo. Eh già. Perché se, come oggi stesso il Premier ha ammesso, il paese si avvia verso le elezioni anticipate, allora è il caso di fare in fretta quel che si deve fare. Che cosa? Qualche direttiva sulle televisioni che ponga i bastoni tra le ruote a Sky, tanto per dirne una, rilanciando Mediaset Premium. Imbavagliando il più possibile RaiNews24, tanto per dirne un'altra. Questo Romani, ora, potrebbe farlo a mani basse se il polverone alzato sulla casa di Tulliani, 55 metri quadri che tengono col fiato sospeso un intero paese di moralisti, Santa Lucìa, che prima nessuno sapeva dove fosse, e la frattura con Fini non si placasse. E infatti, dopo una tregua di qualche giorno, l'attacco al Presidente della Camera è ricominciato.

Paolo Romani al Ministero dello Sviluppo Economico è anche un forte segno di debolezza da parte del Governo, perché sta a significare "muoviamoci prima che qui crolli tutto". Quindi anche Berlusconi sa di poter finire a spasso da un momento all'altro. E' per questo che Napolitano non voleva Romani, quando il suo nome venne fatto per la prima volta poco tempo dopo le dimissioni di Scajola (a sua insaputa, naturalmente), non per il gigantesco conflitto d'interesse che si porta dietro, ma perché così è palese come il Governo abbia paura di essere alla frutta. E magari, per guadagnare un po' di tempo, si propone anche di discutere una nuova legge elettorale. La solita proposta che si infila all'ordine del giorno quando sta per cadere il Governo, in modo da guadagnare altro tempo per fare i propri comodi senza, alla fine, fare nulla per cestinare la truffa scritta da Calderoli e definita "porcata" da lui stesso.
POLITICA
30 settembre 2010
Fini lo stratega
Chi si aspettava la caduta del Governo Berlusconi ieri è rimasto deluso. Ma si poteva tranquillamente ipotizzare - e non parliamo a giochi fatti tanto per riempire qualche riga - che Futuro e libertà non si sarebbe mai assunto la responsabilità di far cadere il Governo. Questo perché, in primis, la forza politica non è ancora ben definita e non ha ancora una concezione chiara dell'elettorato su cui potrebbe contare. E poi, in secondo luogo, dall'interno si può dar fastidio meglio che dall'esterno. Ma più che altro, Futuro e libertà ha meno forza di quel che si pensi, e questo Fini lo sa.

Ora che la legislatura è salva, infatti, Fini può, con calma, dare il via alla formazione del nuovo "soggetto politico". La data prevista per far partire il processo costituente è fissata a martedì. Nel frattempo il comportamento "leale" di Fli, che ha praticamente salvato Berlusconi, può essere un buon motivo per far cessare le polemiche su quella maledetta casa di Montecarlo, situazione scomoda per l'integrità morale che Fini vuol trasmettere al proprio eventuale elettorato. Cosa che, stando alle reticenze di Tulliani, inizia a presentare qualche problema. Meglio una fiducia in più che un elettore in meno.

In compenso, i numeri per dar fastidio al Governo Fli ce li ha. Alla Camera, dove la maggioranza è fissata a quota 308, Berlusconi, senza i finiani, arriva a 302. Finiani che, a parte gli ultimi giorni (con Granata che ha votato no alla fiducia ieri) si sono sempre dimostrati piuttosto uniti. In 40 possono dettare legge all'Esecutivo. Un po' come, a suo tempo, fece Mastella con Prodi. Storia già vista, insomma. Sulla questione Giustizia, tanto per fare un esempio, Fli può mettere tranquillamente i bastoni tra le ruote a Berlusconi. E' per questo che Bossi, pur nella sua decadenza, continua a chiedere le elezioni anticipate, perché finché Fini resterà nella maggioranza, Berlusconi avrà le mani legate su moltissime cose, e sarà costretto a scendere a patti. In pratica quello che dovrebbe fare l'opposizione lo fa una parte della maggioranza.

La mozione di sfiducia a Bossi potrebbe cambiare gli equilibri, poiché se i finiani, uniti, la facessero passare, verrebbe meno il più agguerrito alleato del Pdl e, paradossalmente, anche il più lucido (poiché, come già detto, ha capito che le elezioni ora farebbero fuori Fini e i suoi e permetterebbero a Berlusconi di governare - pardon! - comandare incontrastato). A quel punto, senza Bossi, Berlusconi sarebbe totalmente in balia di Fini, e sarebbe costretto a dimettersi.
ECONOMIA
19 settembre 2010
L'anno della crisi è proprio questo
Sin dal 2008, anno in cui il fallimento Lehmann Brothers ha praticamente scatenato la depressione economica prima negli Usa e poi, di riflesso, in Europa e Asia, ogni anno è stato definito "anno della crisi". Sarebbe più corretto definire il periodo che stiamo vivendo come "gli anni della crisi" ma, di per sé, questa definizione non darebbe un'idea precisa dell'effetto reale di questa nuova depressione. Assumendo che la definizione "anno della crisi" stia a indicare il periodo di maggiore effetto negativo del disastro economico, né il 2008, né il 2009, né il 2010 possono rispondere a queste caratteristiche. Sarà proprio il 2011, a modesto parere di chi scrive, l'anno in cui gli effetti della congiuntura sfavorevole si ripercuoteranno su tutta la popolazione. E con 2011 s'intende l'annata lavorativo/didattica 2010/2011 che comincia verso la metà di settembre per concludersi a luglio.

Non è il momento in cui la crisi scoppia nei mercati finanziari ad essere il peggiore, poiché non è quella economia reale ma si tratta di cifre (e psicosi) che, col tempo, si traducono in crack finanziari. Assumendo un periodo di circa due anni per passare dall'economia finanziaria all'economia reale, con il conseguente indebitamento delle aziende, e aggiungendo un altro annetto (o un anno e mezzo) per passare dagli Usa all'Europa, arriviamo a oggi. Le prime aziende toccate direttamente sono le piccole imprese, che godono di minori sovvenzioni statali e sono subissate dalla mannaia del pagamento dell'Iva anticipata, che ne pregiudica gli investimenti. Si ricorre così alla cassa integrazione e ai licenziamenti (quando non al fallimento, voluto o non voluto che sia), ne conseguono la diminuzione del potere di acquisto, la riduzione della domanda, la stagnazione del mercato, il successivo calo dei guadagni da parte delle aziende rimaste. Un circolo vizioso che si potrebbe interrompere solo con l'intervento dello Stato. Dirigismo? No, investimenti. Come Roosevelt fece, con successo, negli anni successivi alla Crisi del '29, con il celebre "New Deal".

In Italia però, il debito pubblico era già così elevato (circa il 118% del Pil) da portare il Governo, anziché a investire, a tagliare. Ecco che le ripercussioni della crisi toccano, come vediamo, scuola, ricerca e cultura, tre settori "salvadanaio" che, nei momenti di magra, sono i primi - a torto - a essere tagliati. E la crisi diventa un'ottima scusa per fare leva sulla frustrazione dei lavoratori, che pur di mantenere il posto accettano di veder scardinare, uno dopo l'altro, ogni diritto e concessione acquisiti fino agli anni '80. Potremmo aprire un discorso molto (troppo) ampio, ma lo chiudiamo qui, individuando tra le cause dei tagli indiscriminati (che non sono affatto inutili, avrebbero solo bisogno di più oculatezza) la mancanza di un controllo da parte delle istituzioni che, pur di non incrementare il debito con le banche, rinunciano al rischio di una serie di investimenti che potrebbero davvero far ripartire l'economia, nella speranza che l'economia riparta da sé (la teoria della "mano invisibile" di Smith). Un grave errore, perché la mancanza di liquidità e le agitazioni che seguono alla perdita dei posti di lavoro in ogni settore, rischiano di portare il paese all'effetto contrario: il blocco totale. E' questa la possibilità che si prospetta, in particolare, per la seconda parte di quest'annata appena cominciata, se lo Stato continuerà con la politica di tagli trasversali che devastano il popolo e scalfiscono appena quell'abisso di sprechi che si chiama Parlamento. E al blocco totale non può che seguire la guerra sociale.
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